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La sposa secca del muretto
Daniela Liviello scrive come se camminasse per strade strette, uscisse in cerca d’aria, andasse per fiori la sera lasciando indietro le cose di un quotidiano banale, rituali senza sacralità, faccende e piccoli doveri.
Sembra dire che non le piace stare dentro quattro mura, che è come appendersi a un soffitto basso, quello che lei chiama cielo, dentro uno spazio borghese di divani e tendine, dentro una casa che pesa, inchiodata senza vento, senza quello che il vento fa fare alle cose.
Sembra dirci che il rimedio al pesare, alla secchezza, all’aridità, quella umana, è un attaccamento alla terra, è un voler somigliarle. Niente soffitti e pavimenti, ma cielo e terra, anche basso anche pesante, anche pietra, solo pietra, purché sia il fuori, non il dentro. Come se nella traccia e nel solco si potesse trovare qualcosa di vivo, un tremore di germoglio, una qualche turgida prova di un piacere di vivere. Mentre manca il respiro, ogni forma di muro (dalla prefazione di Caterina Serra).<
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