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Malecore
Nella discesa che da Lecce degrada nella valle della Cupa, tra gli scavi dell’antica Rudiae e Lequile, profonde cave hanno cancellato i resti di una masseria e la terra che la ospitava, che un tempo fu giardino di molte vite: Malecore. Intorno a questi smembramenti, vagando nella valle, il viandante cerca una pedagogia dell’indicibile, un varco per l’originaria alleanza con la terra, un approdo tra le acustiche sovrane del suo mistero: parole e silenzi, voci d’amore e d’istinto, echi di esistenze ed esistenti. Nel cammino, tra luoghi verbi e tempeste, si ritrae nell’infanzia, indugia nella giovinezza, s’intrattiene nel futuro anteriore del passato. Racconta e si racconta. L’erranza lo conduce nei territori perduti dell’oblio, fino all’ante lucem dell’origine.
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«Su questa carta graffiando le pagine con cancellazioni e patimenti, la matita segue il sentiero che attraversa l’oblio, evoca qualche vecchia sorgente, tentando l’affioramento delle sue acque profonde.
Persegue una scrittura a favore della memoria della terra, che non può farsi parola ma fervore d’animo, dono improvviso, alleluia di un’incarnazione.
A questo scopo si consuma, la matita, muovendosi come si muove ogni creatura, in cerca di una luce. Così è sempre la parte mancante che la muove, la parte che mai sarà presente. In attesa di un avvento compone questa costellazione di frantumi».