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Carmelo Bene. Antropologia di una macchina attoriale
«E non si dà capolavoro d’arte.
Fuor dell’opera si è capolavoro».
Carmelo Bene
Pubblicato per la prima volta nel 1997 da Bompiani, questo «libro molto audace» di un «antropologo senza paraocchi» – come ebbe a dire Carmelo Bene – e che ha «lasciato un segno in molti lettori, e un metodo di incontro e confronto fra l’antropologia e il teatro» – come segnala l’autore – ritorna con una nuova edizione, rivista e arricchita di un inedito.
Propedeutico e illuminante per ogni studioso che si sia provato nel corpo a corpo con Bene, unendo alla raffinata analisi la sapienza di uno tra i primi antropologi del teatro contemporaneo, il volume ripercorre il processo artistico e concettuale che ha condotto alla genesi – e alla definitiva messa a punto negli anni Novanta – della «macchina attoriale», cifra dell’«impossibilità» del teatro stesso – condannato barbaricamente da Bene all’oblio – e dell’attore, liquidato a carcassa inorganica, a «vuoto» dis-abitato dalla voce.
Comprendere questo espediente, teorico ancor prima d’essere praticato come «meccanica operativa», è comprendere la sostanza stessa del grande genio che è stato Carmelo Bene, ragion per cui queste pagine funzionano da grimaldello al più ostile degli accessi al suo pensiero. E difatti, se «ricominciare da zero – scrive Piergiorgio Giacchè – è l’unica e ultima possibilità per l’incontro con le opere di Bene», questo studio è allora, ancora oggi e a distanza di quasi trent’anni, pietra di inizio per quanti intendano avvicinarsi, per la prima volta, alla straordinaria oscenità di cui è stato capace questo gigante del Novecento.